Natale, i Radiohead e pippe mentali varie

“I’m not living, I’m just killing time.”

Ho scelto di cominciare da questo verso di una bellissima canzone dei Radiohead, “True love waits”. Che diamine c’entra con il Natale? Fondamentalmente un bel niente, ma giunti ormai quasi a fine anno, per quanto cerchi essere immune da ogni tipo di cliché (tiriamo le somme, facciamo buoni propositi e cagate cose del genere), è quasi inevitabile pensare al passato, alle scelte fatte e agli esperimenti non riusciti.

Ricordo quando scoprii questa canzone, circa 4 anni fa; rappresentava esattamente il mio stato d’animo, la costante attesa per un qualcosa che la stragrande maggioranza dei miei coetanei aveva già sperimentato. L’amore. Ho poi continuato ad ascoltare periodicamente questo brano, nella speranza che magari, un giorno non troppo lontano, non mi ci sarei più ritrovata. Cosa è cambiato da quattro anni ad oggi? Assolutamente niente. Anzi, da mesi ascolto “True love waits” e non trovo più speranza in un miglioramento, bensì rassegnazione a un destino ineluttabilmente segnato dalla solitudine.

Ho 23 anni e non mi sono mai innamorata. Alla soglia dei 24 anni non ho mai avuto un ragazzo, a parte una piccola storiella di un mese a 16 anni (e si sa, i 16 anni sono un’età a parte). Tra tre settimane compio 24 anni e non ho mai fatto l’amore. “Sei una bella ragazza, non ti manca niente. Perché non ti fidanzi? Non sarai mica un po’ troppo selettiva?”. La domanda più generatrice di bestemmie interiori, oltre la classica “quando ti laurei?”. Ma saranno pure strafattacci miei, no. Che poi, ditemi voi, dove sta scritto che un uomo per sentirsi realizzato pienamente nella vita debba essere accompagnato da una donna, e viceversa?

Con gli anni, ho appreso molte cose su di me e sulla mia personalità. Non chiamo mai i miei amici per uscire, non cerco mai l’uscita serale disperatamente. Se loro mi chiamano, posso considerare di uscire, altrimenti amen. Spesso rimango a casa il sabato e sono contenta di stare sotto le coperte a guardare un film anziché ubriacarmi con compagni storici di bevute. Non ho un migliore amico con cui mi sento tutti i giorni, ho sempre odiato i rapporti morbosi e quotidiani; o meglio, non li odio, semplicemente non mi viene in mente di chiamare ogni giorno le persone a me più strette. Mia madre è preoccupatissima perché crede che sia un’asociale depressa (e forse è così), ma non comprende che sto bene a casa, senza altre cose a cui pensare, senza 85 amici, senza un fidanzato che mi porta al ristorante e mi fa il regalo a San Valentino. La mia vita sociale corrisponde a quella di facoltà, in cui vivo dal lunedì al venerdì: vado a lezione, studio in biblioteca, faccio la rappresentante e conosco tutto il mio corso di laurea.

Per tutte queste ragioni, non credo di essere adatta ad amare una persona: non so se ci sia una patologia del sistema nervoso che descriva questa disfunzione (non ho ancora studiato psichiatria), ma credo di soffrire di deficit emozionali. Non sono in grado di provare emozioni forti e affettività importanti. Anche per mia madre, la persona più importante della mia vita, sussiste il medesimo problema: le voglio tanto bene, ok, ma sento che il mio affetto nei suoi confronti è in qualche modo limitato. E so che è una cosa davvero bruttissima da dire.

“It’s better to feel pain than nothing at all; the opposite of love is indifference.”

La gente continua a ricordarmi che sono ancora single, come se fosse chissà quale tragedia o girone dell’inferno dantesco. E si sa, si parte con un’idea in testa ma quando gli altri ti dicono il contrario è difficile continuare a mantenerla. Io sono comunque profondamente convinta che il senso alla propria vita lo si possa dare senza l’aiuto di una persona accanto. Il problema è che il senso, la felicità, nella mia vita non l’ho ancora trovata. La sensazione di inettitudine all’amore, di incompletezza nella realizzazione di sé, di essere un pesce fuor d’acqua. Sono cose difficili da sopportare, per una come me che, tra l’altro, tende a farsi pipponi mentali con una frequenza che farebbe invidia a qualunque psicanalista.

“Per cui, chissà, magari una relazione potrebbe alleggerire il peso che porto dentro”, pensavo 4 anni fa.

“Per cui, chissà, magari non avrò mai una relazione per il mio deficit emozionale, ma cerco di gestire la mia infelicità per quanto mi sia possibile”, ho realizzato oggi.

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Un sabato mattina

Onestamente non so come mi sia balzata in mente questa malsana idea di cominciare a scrivere un blog personale. Come se non avessi già tanti impegni:

  1. sono al quinto anno di medicina;
  2. svolgo attività di rappresentanza studentesca nella mia facoltà;
  3. mi diletto a fingere di essere una cantante;
  4. ho bisogno di una pausa altrimenti me ne vado in esaurimento nervoso ok, penso di aver terminato.

Ieri ripensavo ai bei tempi da teenager (non sono una che rimpiange il passato e continua a lamentarsi e gne gne gne, tuttavia devo ammettere che tra i 16 e i 18 anni c’è un periodo di spensieratezza e voglia di spaccare il mondo che travalica ogni possibile motivo di tristezza). In particolare, ho ricordato il periodo in cui presi a scrivere un diario segreto, che, a distanza di qualche anno, ho ripreso tra le mani: ragazzi, non potete capire quanto mi vergogni di quello che scrivevo. Meno male che all’epoca (ho 23 anni, non crediate che sia così tanto vecchia) non esisteva Facebook o, se esisteva, non era il Facebook di ora. Sarei stata etichettata immediatamente e, ahimè, giustamente, come una “Bimbaminchia” di ottavo livello.

Tralasciando questo oscuro e cruento dettaglio, al di là di quello che c’era scritto, ho rimembrato le mie sensazioni mentre scrivevo: nonostante tutte le minchiate castronerie che si estrinsecavano imperterrite dalla mia mente, per me era una liberazione cercare di prendere i pensieri, rielaborarli e fare in modo che avessero una consequenzialità, una logica, che mi permettesse di metterli per iscritto e, soprattutto, di poter comprendere anch’io qualcosa in più delle mie circonvoluzioni cerebrali.

Sto attraversando, da tempo, un periodo nel quale sento i miei pensieri intrappolati in una matassa di neuroni. E il più delle volte non riesco a dare un senso a tutto quello che mi succede intorno, che molto spesso è la diretta conseguenza delle mie mirabolanti pippe congetture mentali. Questo blog, quindi, vuole essere un esperimento, una ricerca non tanto disperata di risposte, al solo, unico e forse banale scopo di sentirmi meglio.

A questo punto voi lettori potete dire: e a mmè che mme ne frega a mmè?

Domanda estremamente lecita. Bene, per intrattenere il pubblico, tra un pippone mentale e l’altro (che magari potrebbe servire a chi ha una mente sconclusionata come la mia, ma dubito che esistano ancora esemplari del genere), metterò a disposizione le mie conoscenze in quella che è la mia più grande passione: la musica. Non vi posso dire subito chi ascolto, altrimenti il primo blog diventerebbe troppo prolisso (forse lo è già) e non se lo filerebbe nessuno (è già così e probabilmente lo sarà).

The Smiths – Unloveable

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